"Ci sono libri che si posseggono da vent'anni senza leggerli, che si tengono sempre vicini, che uno si porta con sè di città in città, di paese in paese, imballati con cura, anche se abbiamo pochissimo posto, e forse li sfogliamo al momento di toglierli dal baule; tuttavia ci guardiamo bene dal leggerne per intero anche una sola frase. Poi, dopo vent'anni, viene il momento in cui d'improvviso, quasi per una fortissima coercizione, non si può fare a meno di leggere uno di questi libri di un fiato, da capo a fondo: è come una rivelazione."

Elias Canetti

«Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire»

(I. Calvino, Perché leggere i classici, def. 6)


Il critico Lytton Strachey (a destra) prende il tè con Rosamond Lehmann e suo fratello, John Lehman del circolo Bloomsbury : i componenti del celebre circolo letterario inglese che ha contribuito a definire la cultura britannica nel periodo tra le due guerre

venerdì 28 ottobre 2016

La notte di Lisbona di Erich Maria Remarque


L'incontro è stato rinviato a
Mercoledì 30 novembre 2016

alle ore 20,30

nella sede della biblioteca
per il confronto sulla lettura de
  La notte di Lisbona
  di Erich Maria Remarque
edizioni Neri Pozza
Trama:  È il 1942 a Lisbona. Un uomo osserva attentamente una nave ancorata nel Tago, poco distante dalla banchina. Al vivo bagliore delle lampadine scoperte, sull'imbarcazione si sbrigano le operazioni di carico. Si stivano carichi di carne, pesce, conserve, pane e legumi. Come tutti i piroscafi che, in quei tumultuosi giorni del 1942, lasciano l'Europa per l'America, la nave sembra un'arca ai tempi del diluvio. Un'arca incaricata di porre in salvo una gran folla di disperati, di profughi inseguiti dalle acque fetide del nazismo che hanno inondato da un pezzo Germania e Austria, e già sommerso Amsterdam, Bruxelles, Copenaghen, Oslo e Parigi. Anche l'uomo che la contempla è un profugo, senza alcuna speranza, però, di raggiungere New York, la terra promessa. Da mesi i posti sulla nave sono esauriti e, oltre al permesso di entrata in America, all'uomo mancano anche i trecento dollari del viaggio. Sarebbe certamente destinato a perdersi e dissanguarsi nel groviglio dei rifiutati visti d'entrata e d'uscita, degli irraggiungibili permessi di lavoro e di soggiorno, dei campi d'internamento, della burocrazia e della solitudine, se la sorte non venisse in suo aiuto. Un uomo, che non ha l'aria di un poliziotto, lo approccia e in tedesco gli dice di avere due biglietti per la nave ancorata nel Tago. Due biglietti che non gli servono più e che è disposto a cedere gratis a una sola condizione: che il futuro possessore non lo lasci solo quella notte e sia disposto ad ascoltare la sua storia...

mercoledì 26 ottobre 2016

Roderick Duddle e gli altri: dopo l'incontro con Mari

                                                        
         Ci siamo incontrati
Mercoledì 26 ottobre 2016
alle ore 20,30

nella sede della biblioteca
e confrontati sulla lettura de
  Roderick Duddle e gli altri libri
 di Michele Mari
 
 
Trama: «Se avesse potuto gettare uno sguardo anche un solo istante nella mente di quell’uomo, Roderick si sarebbe messo a correre via senza fermarsi mai... Ma tu non scapperai, mio lettore, perché sei avido di sapere, perché ti ho scelto fra tanti, e perché, appunto, sei mio». Figlio di una prostituta, Roderick cresce tra furfanti e ubriaconi all’Oca Rossa, fumosa locanda con annesso bordello. Quando la madre muore, il proprietario pensa bene di cacciarlo: quello che entrambi ignorano è che nel destino di Roderick è nascosta un’immensa fortuna, e quel medaglione che porta al collo ne è la prova. Il ragazzino si ritrova alle calcagna una folla di balordi, mentecatti, loschi uomini di legge e amministratori, assassini, suore non proprio convenzionali – ognuno deciso a impadronirsi in un modo o nell’altro di una parte del bottino. E cosí Roderick fugge, per terra e per mare, in un crescendo di imprevisti, omicidi, equivoci e false piste. Roderick Duddle è insieme summa e reinvenzione del percorso letterario di Michele Mari: guardando a Dickens e Stevenson, mai cosí amati, disegna un’impareggiabile parabola sulla cupidigia e sulla stupidità dell’uomo, ma anche sulla sua capacità di stupirsi di fronte al meraviglioso. Un appassionante e insieme raffinatissimo gioco letterario, che ha la forza e l’intelligenza di proporsi alla lettura semplicemente come romanzo d’appendice contemporaneo. «Mio paziente lettore, che mi hai seguito passo passo fin qui: immagino che sarai stanco, e desideroso di sapere come questa storia va a finire. Cercherò di accontentarti, anche se nessuna storia propriamente finisce mai».
 
L'INDICE dei libri del mese:
  Si può scrivere oggi, in italiano, un autentico romanzo inglese dell'Ottocento? O addirittura del Settecento? Se sei Michele Mari (o Michael Murry) sì, puoi. Puoi scrivere un romanzo romanzesco, che fin dalla copertina invita a correre senza rallentare dietro i calzoncini corti e il berretto con la visiera di un ragazzino in controluce. E per il titolo, bastano nome e cognome del protagonista: sarà un orfano di Dickens? Un trovatello come Tom Jones? Un provinciale che vive avventure di mare come il quasi omonimo Roderick Random di Tobias Smollett? Il lettore troverà tutto quanto è promesso da questa apertura, e anche molto di più, in un'Inghilterra preindustriale, non cittadina, di ricche signore, tavernieri, marinai, pendagli da forca, suore, prostitute, avvocati, e di vorticosi spostamenti, ma quasi sempre a piedi. Nessuno si stupisce che l'autore di Io venìa pien d'angoscia a rimirarti o di Tutto il ferro della torre Eiffel sia un amante del passato, un maniacale riscrittore, che ricama con un fascio di ossessioni. Lo amiamo per questo. Non per la straordinaria capacità di scrittura, non per il virtuosismo citazionistico, non solo, insomma: ma per il sangue presente che ribolle anche nelle membra che paiono più atemporali o disseccate. Nessuno si stupisce che Roderick Duddle non siaun romanzo di Dickens o di Fielding, ma forse colpisce che sia proprio un romanzo; e che sia felice. È un romanzo dell'avventura, dell'intrigo, della trama, dell'intreccio labirintico e incalzante; tenuto in mano con maestria dal lavoratissimo gioco del narratore: ironico, complice, sempre in dialogo con il lettore, che è via via accompagnato, accarezzato, preso in giro e richiamato all'attenzione con una mirabolante sequela di aggettivi: mio impaziente lettore, mio sapido lettore, privilegiato, frettoloso, bennato, onirico, solerte, morboso, malizioso, prudente lettore; improvvido, sfrontato, fiscale, perplesso, connivente, perspicace, micragnoso lettore; avveduto, gnomico, viziato, partecipe, reazionario, e così via. Soprattutto paziente e tollerante, direi, nonché fedele e affezionato. E ho iniziato a prender nota solo da un certo punto in poi, evitando di inserire nel computo un "mio dilettante onomasta". La felicità discende innanzi tutto da questo grandioso divertimento della struttura narrativa complessa, fatta di innumerevoli incastri, soluzioni, incroci, abbandoni e riprese; tirata su con una lingua magistralmente srotolata, che gioca ariosamente con la tradizione delle traduzioni del romanzesco, spingendosi fino a qualche nota su fantasmatici giochi di parole "intraducibili". E che conduce quindi il lettore a divertirsi, senza sgomento, anche di fronte alle peggiori nefandezze, crudeltà e perversioni (i capi d'accusa potrebbero andare dal reiterato omicidio a sangue freddo allo sfruttamento della prostituzione, dalla riduzione in schiavitù alla vendita di orfani, tralasciando ovviamente la presenza di una badessa radicalmente anticristiana o un caso di ermafroditismo che accende raccapricci e concupiscenze), librate come sono nella sveltezza leggera della narrazione. E felicità anche per il semplice fatto che a un certo punto diventa (anche) un romanzo di mare; ammutinamento, e barile di mele, e Nantucket compresi. E Mari (o, nomen omen!) che già aveva fatto il suo con La stiva e l'abisso (oltre che con il venerabile Otto scrittori) può servire senza limiti la sua golosità lessicale di tutte le biscagline, golette, sagole, griselle, rande e bigotte che si possono desiderare, condite con esclamazioni che vanno dagli Affedidio e Sacramento dell'ouverture fino ad un Crastúmberli! Allora, visto inoltre che innumerevoli sono le forme del riferimento e del rifacimento (il capitano William Bones dell'Isola del tesoro è scelto come pseudonimo da un personaggio, poi è rivelato e discusso, la serie amplissima dei capitoli assai brevi, funzionali al continuo salto da un punto all'altro dell'intrigo, offrono anche un vastissimo terreno di azione per sfrenare il gusto per i titoli, che spesso rifunzionalizzano quelli famosi, come la stessa Isola del tesoro o Of mice and men), siamo di fronte a un divertissement? Sì, certo, ma il romanzo più romanzesco che si possa immaginare, e proiettato lontano nello spaziotempo, è anche un romanzo urgente e autobiografico. Come nell'Orlando furioso, fin dal proemio sappiamo che la follia d'amore del protagonista è la stessa che lima l'ingegno dell'autore: il protagonista ragazzino è anche l'autore, e nel racconto si sdoppia fino a ipotesi di triplicazione. La vera vita di Michele Mari, Roderick-Michael e Roderick-Malcolm, è questo insieme di parole, è tutte queste avventure. E la morale (le morali) della storia c'è, eccome: "il mondo è schiavo del desiderio" (è l'abiezione non è "un mondo a parte"); il "maniacale e agonistico rapporto con le scartoffie" non tende ad altro che a "intuire, sfiorandola, la vita" e il "farsi carne" della cultura "è poi il modo più alto, essendo il più basso, di essere colti".   Davide Dalmas  

 
 

mercoledì 22 giugno 2016

La porta di Magda Szabò

 Ci siamo incontrati
MERCOLEDI 22 GIUGNO
alle ore 20,30
nella sede della biblioteca
  e confrontati sulla lettura del libro
  La porta di Magda Szabò
Einaudi
Trama (da IBS): Due donne che tutto separa, due vite diverse che si scontrano. Magda Szabò descrive la strana relazione che per vent'anni è intercorsa tra lei e la sua donna di servizio. Una donna ruvida, senza età, con i suoi principi e bizzarrie, riservata, e con dei segreti nascosti gelosamente dietro la "porta" eternamente chiusa. Se tra il marito di Magda e la donna c'è subito simpatia, viceversa tra le due donne la relazione è imprevedibile, fatta di litigi, riconciliazioni, di non detto. Poco a poco il loro rapporto si distende, Emerence si vota alla narratrice, il loro legame diventa esclusivo, esigente... 

Proprio su quella porta che dà il titolo al romanzo, sull'impossibilità di aprirla e varcarla e, insomma, di soccorrere la persona malata che non vuole essere soccorsa, si apre e si chiude circolarmente il romanzo di Magda Szabó. Un sogno ricorrente della protagonista, un inutile sogno perché non si può più mutare l'irrimediabile che è accaduto, la morte di quella persona, ma anche la violazione del suo mondo tenuto al riparo dalla violenza della vita, insieme ai tanti gatti raccolti dalla strada.
Qualcosa di trasognato ha anche la prosa con cui Magda Szabó, nata in Ungheria nel 1917, sdoganata in Occidente da Hermann Hesse, a detta di molti la più grande scrittrice ungherese contemporanea, costruisce il suo racconto intorno alla figura di Emerenc Szeredás, la donna delle pulizie con la quale intesse un rapporto all'apparenza scorbutico, ma di profondo affetto. L'autrice, va avanti e indietro nel tempo, ricomponendo le tessere del mosaico della vita misteriosa di Emerenc, ma, anche, tirando le fila della storia del proprio paese dagli anni sessanta. È il tempo del regime sostenuto dai sovietici al quale Szabó non ha mai aderito, ma lo sguardo arretra anche alla realtà della guerra, del nazismo e della persecuzione degli ebrei, fino all'infanzia di Emerenc. Gli anni della dittatura emergono però in filigrana, e la sola opposizione è quella anarcoide della domestica che negativamente bolla come intellettuali tutti coloro che non fanno un lavoro manuale, dai vecchi signori di una volta ai nuovi plutocrati socialisti, passando dai suoi stessi datori di lavoro: la scrittrice e il marito. "Agli occhi di Emerenc erano sospetti tutti i fogli di carta, tutte le scrivanie, tutte le brochure, tutti i libri, non conosceva Marx e non leggeva niente, nemmeno i giornali, credo che avesse provato a disprezzare anche noi, considerandoci irrimediabilmente pelandroni, ma una volta varcata la soglia di casa nostra, sentendo dentro di sé qualcosa che attenuava l'istintiva antipatia, prima rimase scossa, poi, evidentemente si convinse che la macchina da scrivere sulla quale battevamo i tasti era uno strumento di lavoro, e qualcosa di rispettabile c'era anche nel nostro modo di guadagnarci il pane".
Quest'altra porta che sembra dividere i due mondi lascia aperto uno spiraglio e la possibilità di uno scambio intenso fra le due donne. "Mentre gli anni passavano, il nostro legame si cementò. Emerenc era parte di noi, naturalmente entro i limiti che fissava lei". A cominciare dal contratto di lavoro, dagli orari e dalle modalità: è la donna di servizio a dare disposizioni e a dettare condizioni; un nonnulla può irritarla e farla scomparire per giorni. Ma anche si affeziona, alla famiglia e al suo cane. E col suo fazzoletto in testa, Emerenc lavora forsennatamente e soccorre con gli immancabili "piatti dell'amicizia" chiunque abbia bisogno, diventando una vera personalità di quel quartiere di Budapest. Ammalatasi, mentre la scrittrice sta diventando una celebrità, Emerenc morirà tra gli escrementi suoi e dei suoi animali. È la fine di un microcosmo del quale non rimane nulla, come dei mobili preziosi raccolti in casa, celati dietro un'altra porta ancora, e che, alla luce per la prima volta, finiscono in polvere: "Intorno a me, all'improvviso, tutto si trasformò in un'allucinazione kafkiana, in una scena da film dell'orrore. La consolle crollò, ma la cosa non accadde con brutale velocità. Iniziò a sfaldarsi lentamente, con grazia, finché si dissolse in un cumulo di segatura dorata, le figurine di porcellana e l'orologio caddero a terra, il tavolo, la cornice dello specchio, il cassetto, le gambe, tutto semplicemente nel nulla, ogni cosa finì in polvere". Così come avviene anche della società ungherese. Ma al suo funerale Emerenc compie - a dispetto delle sue parole blasfeme sulla fede - l'ennesimo miracolo, perché lì si raccolgono il medico protestante, il tintore ebreo, il professore cattolico in una sorta di "requiem ecumenico".
Non tutti gli sforzi sono stati "vani", se ora Szabó ci restituisce in questo romanzo il mondo di Emerenc, il mistero della sua casa e quindi della sua vita tribolata della quale, solo a lei, era stata data la chiave. Un libro - La porta - che da noi è solo la punta di un iceberg: Szabó, oggi ottantottenne, ha scritto infatti una quarantina di romanzi, oltre a teatro, saggi, sceneggiature, molte cose consegnate al cassetto al tempo del regime. In Italia negli anni sessanta è uscito per Feltrinelli L'altra Ester con copertina di Bruno Munari e ora, nelle edizioni Anfora, è disponibile un libro per ragazzi.

mercoledì 18 maggio 2016

Longbourn House di Jo Baker

 

 Ci  siamo incontrati
MERCOLEDI 18 MAGGIO
alle ore 20,30
nella sede della biblioteca
per confrontarci sulla lettura del libro
  Longbourn House di Jo Baker
Einaudi




Trama: Sarah è a servizio a Longbourn House da quando era bambina, ma non si è ancora rassegnata a certi compiti ingrati quali lavare la biancheria e svuotare i pitali dei signori. Questa pesante routine senza svaghi la opprime: non vuole accontentarsi di mandare avanti la casa d'altri come Mrs Hill, la governante, fa da sempre. Perciò, quando un giorno di settembre Mr Bennet assume a sorpresa un nuovo valletto, la gioia per la novità è grande. James ha il fisico asciutto e gli avambracci scuriti dal sole. Lavora di buon umore, fischiettando, ed è gentile, ma dà poca confidenza. Sembra sapere tante cose, eppure sul suo passato è stranamente vago. Ama i cavalli e dorme nel solaio della stalla: li, su una mensola, ha dei libri e, sotto il letto, una sacca scolorita piena di conchiglie. È un mondo intero quello che apre per Sarah, una nuova geografia di orridi, vallette in fiore e campi di battaglia. Ispirato al non detto di "Orgoglio e pregiudizio", "Longbourn House" ricostruisce con tono brioso la vita della servitù nell'Inghilterra di inizio Ottocento, facendo emergere tra le righe la fatica e le disuguaglianze su cui si reggeva il bel mondo. All'interno di questo affresco storico, che oltre alla campagna dell'Hertfordshire include la Spagna sconvolta dalle guerre napoleoniche e i porti commerciali sull'altra sponda dell'Atlantico, Jo Baker dona pensieri ed emozioni autentici alle ombre che nel celebre romanzo di Jane Austen si limitavano a passare sullo sfondo rapide e silenziose.

mercoledì 13 aprile 2016

Treno di notte per Lisbona di Pascal Mercier

Treno di notte per LisbonaCi siamo incontrati
MERCOLEDI' 13 APRILE
alle ore 20,30

nella sede della biblioteca
per confrontarci sulla lettura del libro

  Treno di notte per  Lisbona
 di Pascal Mercier
Mondadori edizioni


Trama: Voleva davvero buttarsi giù dal ponte la donna trattenuta una mattina da Raimund Gregorius, insegnante svizzero di latino, greco ed ebraico? Gregorius non sa nulla della donna se non che era portoghese. La mattina dopo, complice la scoperta in una libreria antiquaria del libro di un enigmatico scrittore lusitano, l'altrimenti prevedibilissimo professore prende un treno diretto a Lisbona, dove spera di rtintracciare l'autore. Da questo momento decolla una vicenda che costringerà Gregorius a confrontarsi con le contraddizioni degli affetti e gli orrori della Storia in un modo che mai avrebbe potuto immaginare nella sua rassicurante Berna.